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venerdì 7 settembre 2012

Citando un precario


Ri porto qui sotto il post di un ex compagno di liceo che mi ha parecchio colpito

Io lì dentro ci sono cresciuto. Quando sono entrato per la prima volta in TP, avevo ventun’anni e da lì a quindici giorni mi sarei separato da una ragazza splendida (cosa che ancora un po’ rimpiango ma questa è un’altra storia).
Entrai da interinale, e dopo tre mesi non mi rinnovarono il contratto. Feci giusto in tempo a farmi un tatuaggio, proprio in ricordo di quella ragazza, a godermi qualche serata che mi richiamarono per diventare supervisore di una campagna nuova e bella, che per tre anni mi ha circondato di belle persone, lavoro interessante ed una marea di sfide. In questi tre anni mi sono quasi innamorato, ho pianto, ho corso, sono arrivato tardi, ho mangiato in postazione, ho urlato, ho riso (tantissimo), ho lavorato come uno stronzo, ho visto gente ringraziarmi e rimproverarmi, sono stato criticato e premiato, ho creato, ho distrutto, ho perso amici e trovato belle persone.
Fuori di lì la mia vita continuava sempre uguale, e di contro dentro TP le cose cambiavano di continuo, vuoi per la natura elastica della campagna, sia perché la dirigenza non è mai stata capace di apportare un reale cambiamento in meglio. Mai.
Ho conosciuto gente di mezzo mondo, magari anche solo per telefono, ho imparato ad usare nuovi sitemi, a parlare meglio l’inglese, ma soprattutto ho capito come parlare con le persone, il mio scopo più grande e difficile: interagire, ascoltare, discutere, rimproverare e gratificare. Ho imparato a portare quello che capivo dentro al di fuori, sia a livello tecnico (“a Jà me sìè sbracato l’iP**** me dai ‘na mano te che ce lavori?”) che umano (“sto telefono me fa sbroccà!!”). Mi sono fidanzato di nuovo ed è stato difficilissimo conciliare il lavoro con lei, soprattutto per.. vabbè pure  questa è un’altra storia, lasciamo stare..
Insomma come tante persone TP per me era diventato il fulcro della mia vita: il mio ruolo, il “supervisore”, è sempre stato carico di responsabilità e doveri, impegni improrogabili e riunioni improvvisate, file incomprensibile e registrazioni “illegali”.
Poi la routine ha cominciato a farsi pesante, schiacciante, e fu così che arrivò la proposta: cambiare, affidarmi una campagna nuova, considerando che “avrai il fiato di tutta TP sul collo”, citando parole davvero pronunciate. E li fu il declino. Un po’ come la barzelletta di quello che deve scegliere la pena eterna dell’inferno, e dopo aver visto sale di tortura, sevizie, dolore, vede una piscina di merda con tutte persone con la testa di fuori. Al che dice “questa va bene!”, entra, ed il diavolo grida “ok ricreazione finita, tutti sotto!!”.
Ecco, questo fu il cambiamento: per tre anni con la merda fino al collo, con la testa fuori che possono essere le soddisfazioni che comunque arrivavano. Poi tutti sotto, via, a farci quasi l’abitudine con la merda.
Disorganizzazione, interventi motivazionali che nemmeno la Ferilli in “Tutta la vita davanti”, mancante ingerenze, carichi di lavoro ed orari assurdi, richieste mai evase e mail mai risposte. L’unica soddisfazione, per quanto enorme e piena, sono stati quei ragazzi che ogni singolo giorno, con l’impegno e la volontà, hanno portato avanti una campagna difficile, piena di ostacoli inutili, andando avanti a testa alta, senza mai arrendersi.
Io mi sono arreso, o forse no.
Vedendo come la mia uscita di scena ha colpito molto più la “bassa manovalanza” (e sapete in che accezione lo dico) rispetto a chi poteva fermarmi, mi fa capire che quel posto è semplicemente uguale a tutti gli altri. In questi anni di cazzate ne ho sentite molte, dal “non vogliamo bruciare altre persone come abbiamo già fatto” a “dammi un mese di tempo e risolviamo tutto”. Quel mese di tempo doveva partire il 17 Marzo. Al 5 Luglio, data delle mie dimissione e casualmente terzo meseversario dalla nascita della campagna, ho avuto 2 incontri 2. E nulla si è risolto, anzi.
Mi è stato detto che ho deluso, che sono stato una sconfitta “al 50%” perché il resto era mio, di peso da portare. Per me lo è stata al 150%, cari miei. In un posto che lavora con le parole, pochissimi lì dentro le sanno usare davvero. La gente va motivata, ci si deve parlare con le persone. Non pensate che quando gli operatori chiedono gratificazioni parlino solo di soldi e ferie. A volte basta un gesto, una pacca sulla spalla, un sorriso. Gente come me, lì dentro, ha lavorato con la febbre, con i lutti sulle spalle, con i bambini a casa, con un matrimonio nascente o morente, con gli operai a casa. Mentre tutto un altro piccolo mondo per un’unghia spezzata sta in malattia per giorni. Ma indovinate chi sarà più oberato al suo rientro? Ma se fai un discorso del genere a chi di dovere, ti si risponderà che “a voi possiamo fare questi discorsi perché siete intelligenti (vedi coglioni), gli altri tanto non capirebbero”. E allora a casa. Tutti quelli che rovinano quel posto, a partire dai sindacalisti che hanno sempre tanto da fare, persino durante i giorni di assemblee, fino all’ultimo dei paraculi che TP la vede solo scritta sul certificato medico.
Lì dentro c’è il problema di essere “troppo italiani”, si diventa tanto belli ed internazionali solo quando c’è da avere “un piano d’azione qualitativo che standardizzi ogni sede con l’altra, in modo da avere tutti lo stesso procedimento per intervenire sulle risorse”. Tradotto: domani c’è l’audit qualità, facciamo vedere che per un paio di giorni facciamo tutto poi chi s’è visto s’è visto. Per favore.
So che il mio andar via non porterà nessuno cambiamento lassù. Spero solo di rovinare un paio di notti a chi dico io, perché per la prima volta so che chi ha perso siete voi. Mi avete fatto scappare via, quando sarebbe bastato fermarmi e parlarmi. Due minuti. Ma TU sei troppo orgogliosa, come me, quindi ti capisco. Per orgoglio in vita mia ho fatto scappare tante persone (vedi le prime tre righe).
Io so di aver fatto quel che è giusto per me, per la prima volta da quando lavoravo lì dentro. Non ha mai (MAI) preteso nulla a TP, ho sempre abbassato la testa andando avanti come un mulo, ligio al dovere. Certo sono stato aiutato, ma vedere che dopo tre anni e mezzo sei lasciato andar via come il tedesco in “Salvate il soldato Ryan” fa male. Il fatto è che lui torna, io no.

Questo ultimo pezzetto lo lascio a voi, le vere risorse di quel posto: siete belli come il sole, avete tanto da dare e da avere, e come me date senza volere. Siete forti, e lo sto ripetendo da giorni. Siete il fulcro di quel posto, fategli capire che senza di voi non si va da nessuna parte. Non cadete nel tranello di chi vi dice “tanto se andate via ne trovano altri due”. A livello di numero è vero, ma ognuno di voi è un numero a se, e nessuno potrà mai sostituirvi davvero, fino in fondo.
Grazie a tutte le belle parole espresse nei miei confronti, in tanti modi.
Grazie a chi mi ha detto “eri la mia forza”, chi mi ha scritto su FB, chi non mi ha detto proprio nulla ma gli è bastato uno sguardo. Chi c’è stato per continuare ad esserci e chi è solo passato a vedere come andava.
Anche se nessuno mi vorrà indietro, lì dentro, ed ormai è palese, cerco di farvi capire perché ho lavorato fino all’ultimo, fino a cedere. Quelle che seguono sono semplici ticchettii sulla tastiera di una persona davvero bella, con cui ho parlato poco ma che è stato uno dei tanti volti amici di questi ultimi mesi, che ieri mi ha fatto piangere (finalmente) scrivendo quanto segue:

A volte circostanze o situazioni che si creano ci portano a prendere delle decisioni, apparentemente avventate ma ponderate, anche se in un lasso di tempo. In un contesto democratico si evidenzia così la libertà di scelta, la libertà di essere; in un contesto di arroganza, di controllo e supremazia mette alle corde, costringendoti a prendere una decisione.A volte il coraggio passa inosservato.
Spesso le parole sostituiscono i fatti, credendo che basti il tanto parlare per cambiare situazioni dove solo i fatti possono rendere possibile, dando così valore al propio pensiero alla propria espressione.
Grazie Jacopo. Per quanto mi riguarda la stima è per pochi e non per tutti e tu hai tutta la mia stima.“

Grazie a voi per tutti quanto, spero di averlo fatto capire almeno in parte quanto bello possa essere stato lavorare con voi, le vere e sole risorse di TP.
Vi voglio sinceramente bene. 

Non ho avuto come lui il coraggio di lavorare in call center, anche se le teste di cazzo si trovavano anche dove ho lavorato io. Sono un privilegiato, lo riconosco, ma non sono così scemo da dimenticare che esiste gente che non ha avuto la mia fortuna e che non ha fatto la schizzinosa nella ricerca di lavoro.
In un mondo davvero ingrato come questo è davvero facile dire cosa non va e dire quanto il mondo sia una merda, la seconda cosa riesce particolarmente bene a me.
Eppure ci sono persone che tengono duro.
Persone che non sono così imbecilli da pensare di vivere in un mondo tutto rosa e fiori, ma in grado di riuscire a trovare la vita bella anche quando fanno lavoro che molte persone abbandonerebbero, me compreso.
Queste persone sono, nel loro piccolo, eroiche.
Riescono a trovare la forza di un sorriso, di un bel ricordo anche nelle situazioni più difficili, il tutto mentre ci sono alcuni manager incompetenti e strapagati che hanno posti immeritati e hanno anche la faccia di culo di lamentarsi di quanto le cose vanno male loro.
Chi ha difficoltà nel vivere in un paese iniquo come questo (quasi tutti, salvo raccomandati direi) dovrebbe trarre ispirazione da queste persone e prendere da loro la forza necessaria a non crollare.
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